Mastoplastica additiva

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L'ipoplasia mammaria è il deficit di sviluppo della ghiandola mammaria; può essere bilaterale o monolaterale idiopatica, senza cause apparenti, o determinata da alterazioni di natura ormonale non sempre evidenziabili (deficit di produzione o alterata sensibilità allo stimolo, da parte della matrice ghiandolare, in epoca prepuberale). L'espressione fenotipica di questa ipoplasia può essere più o meno marcata, con similitudini e analogie fino all'amastia (la totale assenza della ghiandola mammaria) nei casi più gravi, fino a situazioni francamente non patologiche e che necessitano di correzione unicamente per soddisfare le esigenze d'immagine della paziente, risolvendone così potenziali conflitti psicologici.

Il trattamento chirurgico dell'ipoplasia mammaria è la mastoplastica additiva e prevede l'uso di dispositivi protesici atti a sopperire volumetricamente al deficit ghiandolare. I dispositivi in commercio sono molteplici, ma tutti sono riconducibili ad un modello che vede un involucro sacciforme di silicone compatto e morbido al cui interno vi è soluzione salina sterile oppure gel di silicone coesivo e soluzione salina in misura differente a seconda dei tipi. Le forme dei dispositivi protesici possono mimare la ghiandola mammaria del tutto (protesi anatomiche o a goccia) o essere tondeggianti e uniformemente convesse nella parte anteriore (protesi tonde).

Per quanto riguarda il guscio, esistono due tipi di protesi, liscia o testurizzata: la protesi testurizzata consiste nell'ottenere piccolissime irregolarità che rendono la superficie del guscio corrugata senza tuttavia indebolirlo. Il pregio delle protesi testurizzate è che hanno presentato una percentuale più bassa di contrattura capsulare, che è la più frequente e sgradita complicanza di questo tipo di intervento. Il posizionamento della protesi può essere sottoghiandolare, sottomuscolare o parzialemente sottomuscolare (dual-plane), in base al caso specifico e alla quantità di tessuto ghiandolare presente; è infatti essenziale, per evitare inconvenienti e complicanze, che la protesi sia coperta da uno strato di tessuto adeguato e non dai soli tegumenti cutanei. L'accesso per il posizionamento può avvenire attraverso vie differenti: a livello del solco sottomammario, emiperiareolare inferiore o ascellare. La scelta va concordata con il chirurgo tenendo conto delle esigenze della paziente. L'intervento di mastoplastica riduttiva può essere eseguito in anestesia generale o in anestesia locale con sedazione profonda.

Il tempo operatorio richiesto è 1-2 ore.
Si raccomanda alla paziente di:

  • non assumere aspirina o farmaci che la contengono per almeno una settimana prima dell'intervento e due settimane dopo;
  • eliminare il fumo almeno due settimane prima e fino a due settimane dopo l'intervento.

Al termine dell'intervento vengono inseriti due drenaggi in aspirazione per consentire al sangue eventualmente formatosi di fuoriuscire; questi vengono rimossi dopo circa 24-48 ore.
La profilassi antibiotica iniziata il giorno dell'intervento sarà continuata durante la prima settimana postoperatoria, poiché il rischio di infezione è particolarmente elevato quando si impiegano i materiali alloplastici. Sebbene il dolore non sia quasi mai intenso, una terapia antidolorifica verrà prevista e dosata per garantire un decorso confortevole. Nei primi 4-5 giorni possono comparire edemi (gonfiore) ed ecchimosi (chiazze livide) che vengono riassorbiti spontaneamente nell'arco di 1-2 settimane.

Dopo 24-48 ore viene applicato un reggiseno elasticizzato notte e giorno per 6 settimane. Quest'ultimo, insieme con l'astensione dall'esercizio fisico, ha la funzione di stabilizzare la protesi durante i primi giorni, impedendo così l'insorgenza di una delle possibili complicanze, la dislocazione protesica. Un'altra possibile complicanza precoce dovuta all'ampio scollamento necessario all'inserimento del dispositivo è l'ematoma. La complicanza tardiva per eccellenza è la contrattura capsulare.

Tutte le pazienti sottoposte a mastoplastica additiva sviluppano fisiologicamente una capsula cicatriziale attorno alla protesi. In taluni soggetti, per cause ancora da definire, la capsula si contrae costringendo la protesi ed irrigidendola. Il quadro clinico che ne consegue va da un lieve arrotondamento della forma mammaria, fino a causare dolore o finanche a deformare la morfologia del seno.

In queste situazioni è necessario sostituire l'impianto, ripetere l'intervento ed asportare la capsula contratta. Un'altra possibile complicanza è la rottura protesica, più rara della precedente.